Personal Building Plan – Come Svilupparlo

C’era una volta il Piano Editoriale ovvero quella guida che i blogger realizzano per pianificare la loro presenza online, i contenuti da divulgare, le azioni strategiche per farsi trovare e magari iniziare delle conversazioni con i visitatori che così, una volta coinvolti, possono diventare potenziali clienti. In genere questo tipo di documenti si suddividono in tre parti: l’analisi del proprio brand, il target a cui ci si riferisce e il calendario editoriale ovvero il calendario dei post che si scriveranno durante l’anno. Si tratta di un progetto impegnativo già di per sé e che non tutti i blogger hanno. Per esempio Riccardo Esposito, webriter freelance oramai di riferimento per la blogosfera e non solo, ce l’ha e dà ottimi consigli per realizzarne uno. Riccardo Scandellari, creativo e giornalista e autore di libri sul personal branding e il marketing digitale, invece non ce l’ha o almeno così ha dichiarato di recente. Allora, che cosa è meglio fare: avercelo o no? Questa è la stessa domanda, tra l’altro, che molti imprenditori si fanno a proposito del Business Plan: è il caso di farlo o no? Dal mio punto di vista se si sa a memoria la strada per il successo e la si sta percorrendo senza alcun bisogno di una guida forse il fermarsi un poco a guardare le mappe può davvero essere non necessario se non addirittura d’intralcio. Ma chi possiede una dote del genere? E per quanto tempo può durare? Anche i geni a volte hanno dei momenti in cui devono ripartire. Perciò io propendo per pianificare per bene il percorso che si intende intraprendere con qualcosa che considero ancora più importante del Piano Editoriale: il Personal Branding Plan, o almeno così l’ho chiamato io.

Che cos’è il Personal Branding Plan? In parte abbiamo già risposto parlando di mappe. Pensate per un istante di essere il capitano di una nave che deve navigare per un’importante spedizione. Immaginate di essere Vasco Da Gama e che dovete doppiare il Capo di Buona Speranza. Pensate di potercela fare senza delle buone carte nautiche? Sono sicuro che, in effetti, ne avete bisogno. E allora perché pretendete di muovervi nell’intero World Wide Web affidandovi al caso? Come potete pensare di portare a casa qualcosa se non avete una meta e una rotta per arrivarci e per tornare? Lo stesso dicasi per le vostre attività nell’altro mare, quello della vita, non meno vasto e non meno disorientante con tutta la sua complessità. Il Personal Branding Plan è l’insieme degli strumenti che vi serve per tracciare la vostra rotta verso il successo, perché se non è a quello che mirate non capisco dove accidenti volete andare. Una via questa che spesso è difficile, impervia, piena di ostacoli. Uno dei più grossi, ad esempio, è la vostra reputazione. Che cosa pensano gli altri di voi? Che cosa si dice in ufficio, a casa, tra gli amici di voi quando non ci siete? Che conversazioni ci sono su di voi sia fuori dalla rete sia sui social network? Ne avete almeno un’idea? Se non ce l’avete state sprecando la vostra esistenza in un solipsismo auto-erotico. Perciò muovetevi, andate a monitorare voi e il vostro brand.

Per la vostra quotidianità offline, invece, non esitate a chiedere dei feedback su di voi e il vostro operato. Di certo saprete che nell’odierna civiltà delle continue conversazioni se non date voi l’impronta alla vostra comunicazione, lo faranno altri e in termini che potrebbero danneggiarvi.

Per aiutarvi a capire cos’è un Personal Branding Plan, a cosa serve, a chi è utile, perché è importante, cosa contiene, come farlo e dove tenerlo ho preparato un video che dura circa dieci minuti. Prendetevi questo tempo perché vi ripagherà un milione di volte tanto per quanto riguarda la vostra interazione con il mondo che vi circonda e quindi la vostra comunicazione a tutto tondo. Proprio questa è la principale differenza che esiste tra il Piano Editoriale e il Personal Branding Plan: il primo ha il suo focus sul blog o sito web mentre il secondo analizza e pianifica ogni aspetto delle vostre attività di business e non solo. Buona visione! Subito dopo mettetevi all’opera e fatemi sapere come procede il vostro Personal Branding Plan.

Come Suscitare l’Interesse dei Professionisti di Qualità

Un buon modo per interagire con possibili collaboratori molto qualificati è quello di individuare i professionisti di riferimento della propria nicchia e iniziare delle conversazioni. Parliamo di questo oggi per il breve viaggio attorno al mondo delle relazioni che vi sto proponendo.

Potreste iniziare dagli elenchi dei vostri professionisti di riferimento. Poi cercate di sapere tutto di loro e quindi provare a stabilire un dialogo sulla base di ciò che sta loro a cuore. Cercate di conoscere bene uno o due argomenti e incuriosite i vostri interlocutori. Loro ameranno sentir parlare dei loro interessi e vi dovrebbero dar retta da subito, se sapete farlo in modo amabile e disinteressato.

L’obiettivo, infatti, non è metterli all’angolo, sotto torchio, per cercare di ottenere chissà cosa. Una volta ero alla scrivania di un cardinale il cui cellulare squillava ogni cinque minuti per una chiamata sempre dalla stessa persona che insisteva a proporgli un progetto. L’aria del prelato era molto seccata. Ecco una cosa proprio da non fare. Dovete, invece, fornire informazioni e conoscenze che la persona con cui interagite ignora o conosce poco. Per quanto il vostro contatto possa essere un asso nel suo campo, il più esperto di tutti, ci sarà sempre una sfumatura, un aspetto che conosce di meno. Cercate, con tatto, di scoprire qual è.

Se proprio non trovate nulla elaborate voi stessi qualche nuovo argomento. Proponetelo e verificate che feedback ricevete. Non scoraggiatevi se non ne ricevete o se è negativo. Potete imparare qualcosa anche da queste risposte. Per esempio una volta ho visto un venditore di riviste, libri e enciclopedie tentare di vendere un corso di pittura per dilettanti ad un pittore professionista che cinque minuti prima gli aveva detto che mestiere faceva. Il venditore ha fatto due più due ed è partito con la sua proposta. Magari se avesse avanzato una o due domande in più avrebbe evitato la figuraccia. Ma c’è dell’altro. Tentare di vendere qualcosa dopo pochissimi minuti, con scarse o addirittura senza informazioni e soprattutto senza intessere una conversazione, che dobbiamo padroneggiare, è l’errore più grande che un venditore può commettere.

I clienti oggi non vogliono attorno gente che cerca di appioppare loro qualunque cosa. Sono molto informati, competenti ed esigenti. Una ragione in più per coltivare quegli stessi interessi che i nostri interlocutori amano. Questo vale ancor di più se vogliamo avere a che fare con grandi esperti. Ecco cosa faceva Theodore Roosvelt, secondo quanto ci racconta Dale Carnegie in Come trattare gli altri e farseli amici
Tutti coloro che sono stati ospiti di Theodore Roosvelt hanno avuto modo di stupirsi per l’enciclopedica cultura del presidente. Che il suo visitatore fosse un cow-boy, un politicante di New York o un diplomatico, Roosevelt sapeva che cosa dire. E come faceva? La risposta è semplice. Se attendeva un ospite, stava sveglio fino a tardi, la sera prima, per leggersi l’essenziale su un soggetto che sapeva sarebbe stato gradito al suo visitatore.

Asseverazione e Autocertificazione nell’Urbanistica

Il deferimento al privato della verificazione della regolarità dei progetti e delle costruzioni, con relativa responsabilità penale, ha avuto un notevole sviluppo con l’entrata in vigore, nel 1993, della Denuncia di Inizio Attività (DIA), alla quale ha fatto seguito la normativa sullo Sportello unico delle attività produttive e, successivamente, la normativa del T.U.Ed. di cui al D.P.R. n. 380/2001.

Si possono distinguere l’asseverazione o l’autocertificazione da parte dei professionisti abilitati e l’autocertificazione da parte dei privati richiedenti.
A) La certificazione di regolarità dell’opera, denominata asseverazione da parte dei professionisti abilitati, è oggi prevista da:
1) L’art. 23, comma 1° del T.U.Ed. sull’asseverazione del progetto nell’ambito della Denuncia di Inizio Attività, cui fa seguito il collaudo finale asseverativo, previsto dal successivo comma 7° dell’art. 23 dello stesso T.U., sulla regolarità di esecuzione delle opere realizzate con DIA.
Oggetto dell’asseverazione sono essenzialmente la (fedele) raffigurazione dell’esistente (edificio e terreno edificabile) e la conformità del progetto alle norme vigenti.
Questa asseverazione-certificazione non ha valore assoluto, in quanto il Comune può disattendere l’asseverazione stessa, contestandola. Ove essa sia falsa, essendo il professionista asseveratore qualificabile come incaricato di pubblico servizio, esso è soggetto alle pene previste dall’art. 481 del Codice Penale. Sotto tale profilo, va comunque rilevato che trattasi di un reato in cui si risponde solo per dolo (ossia per piena coscienza di dichiarare il falso) e non per colpa. Si può pertanto osservare che l’interpretazione della normativa urbanistico-edilizia può essere sovente priva di certezze, specie per la presenza di contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione delle norme, per cui il dolo non è sempre pienamente ravvisabile.
Il reato è punito con la reclusione fino ad un anno o la multa da euro 51,00 ad euro 516,00. Le due pene sono applicate congiuntamente se il fatto è eseguito a scopo di lucro.
2) Gli artt. 6 e seguenti del D.P.R. 20 ottobre 1998, n. 447, sullo Sportello unico per le attività produttive, non riservano espressamente ai professionisti abilitati la prevista autocertificazione della conformità del progetto alle norme.
Tale normativa ammette l’autocertificazione della conformità del progetto alle prescrizioni previste dalle norme vigenti, redatta da professionisti abilitati o da associazioni di professionisti, sottoscritta dai medesimi unitamente allegale rappresentante dell’impresa.
Sotto questo profilo, l’autocertificazione assume la natura della asseverazione o autocertificazione professionale, in quanto il privato, che non sia professionista abilitato, non appare in sé unico legittimato a sottoscrivere l’autocertificazione in questione.
Sicché la responsabilità penale in materia, per l’autocertifica-zione professionale, può includersi nelle citate previsioni dell’art. 481 del Codice Penale, considerandosi il professionista abilitato come soggetto esercente un servizio di pubblica necessità, mentre il privato potrà rispondere ai sensi dell’art. 483 del Codice Penale.

B) L’autocertificazione classica, consistente nella dichiarazione di verità da parte del privato, indipendentemente dalla sua qualifica professionale e che si inquadra in quello che a suo tempo è stato definito come atto sostitutivo di atto notorio, è oggi prevista e regolata dagli artt. 38 e 47 del D.P.R. 28 dicembre 2000 n. 445 ed è sanzionata penalmente (art. 76 del detto D.P.R.) dal disposto dell’art. 483 del Codice Penale, che punisce la falsa dichiarazione di privato a pubblico ufficiale in atto pubblico con la detenzione fino a due anni. Anche in questo caso si tratta di reato solo doloso.

L’autocertificazione del privato è prevista dall’art. 20 comma 1° del T.U.Ed. nel procedimento di formazione del permesso di costruire, relativamente alla conformità del progetto alle norme igieniche e sanitarie, nel caso in cui il progetto riguardi interventi di tipo residenziale, ovvero la verifica in ordine a tale conformità non comporti valutazioni tecnico-discrezionali.

L’autocertificazione del progetto, che ha natura tecnico giuridica, emessa da un privato secondo la norma citata, pone consistenti problemi, visto che trattasi di norme di natura tecnica complessa, in cui il privato non professionista non appare del tutto titolato a tale funzione (e responsabilità). Peraltro, poiché la norma del citato art. 20 è di natura regolamentare, essa potrà essere opportunamente modificata da parte del regolamento edilizio comunale.

Consigli di Marketing per chi Vuole Fare Spettacolo

In un suo recente post Seth Godin parla di Tre lezioni di marketing da Brodway. Sono molto illuminanti per i gruppi che vogliono fare spettacoli e promuoversi ma non solo. Queste tre considerazioni sono ottime anche per tutte le piccole organizzazioni. Perciò ho deciso di parlarvene e di confrontarle con alcune situazioni che vedo in giro nella realtà italiana.

Prima di tutto rivolgiamoci ai nostri spettatori più fedeli.
Attivare il pubblico che ci segue e a cui piacciono i nostri spettacoli è più produttivo che urlare alla gente che ci ignora. Anche se abbiamo pochi fan è da quelli che bisogna cominciare. E se non ne abbiamo ancora nemmeno uno gridare ai quattro venti non è la strategia migliore. Ho sentito, per esempio un attore e regista responsabile di una compagnia che ha vinto il bando delle residenze del Teatro Pubblico Pugliese lamentarsi che la pubblicità alla radio era tanto costosa quanto inefficace. D’altro canto la stessa compagnia non raccoglie le email dei propri spettatori per avvisarli dei nuovi appuntamenti.

Pensiamo alle storie, non ai premi vinti.
Parlando poi di pubblicità degli spettacoli enfatizzare i premi vinti e i riconoscimenti avuti ha senso se si sta cercando di raggiungere la totalità delle persone che vorrebbero vedere questo o quello show di cui tutti parlano, ma non è questa la visione del nostro pubblico fidelizzato. Quest’ultimo nei manifesti e nelle locandine vuole intuire, capire la storia che andrà a vedere per decidere se ne valga la pena o no. Altrimenti se si rende conto che è di fronte ad un lancio pubblicitario tenderà a non rispondere come vorremmo. La grande tentazione dei gruppi che iniziano a vincere dei premi è proprio quella di smettere di raccontare dei propri spettacoli e iniziare a parlare solo della propria gloria. Questo è l’inizio del declino.

Facciamoci una tribù.
Gli annunci e le pubblicità costose fanno bene il loro lavoro quando sono persistenti. Un solo annuncio non cambia la situazione, per quanto urlato sia. Costruire e connettere una tribù di spettatori è molto più vantaggioso, oltre che meno dispendioso. E oggi la rete ci permette grandi opportunità per farlo a costo zero, o quasi. La strategia vincente è quella di creare una community nella quale ciascun fan è riconosciuto e valorizzato o, ancor di più, è un entusiasta ambasciatore delle nostre performance.

Come Scegliere il Corso di Recitazione per Diventare un Attore

La prima domanda che vi aiuterà a scegliere il corso che vi è più utile è: che cosa vogliamo fare? Dove vogliamo arrivare? In quale veste vi immaginate alla fine del corso? Perché, per esempio, se l’obiettivo è fare il comico oppure parlare in pubblico oppure ancora condurre un programma radiofonico o televisivo è meglio rivolgersi altrove, cercare dei corsi più specifici. Se la risposta a questa domanda è che vogliamo diventare attori allora siamo sulla buona strada. È vero che un corso di recitazione può servire ad una molteplicità di scopi differenti ma è pur vero che oggigiorno ci sono una infinità di corsi di diverso tipo, sempre più specializzati. Perciò andiamo alle lezioni di recitazione soltanto se vogliamo stare su un palcoscenico o davanti alla macchina da presa.

Che tipo di attore volete diventare?
Per un principiante è difficile capire che tipo di percorso intraprendere come è complicato anche fare le scelte giuste. Però la gran parte di ciò che va fatto sin dall’inizio è guardare avanti con la maggior chiarezza possibile. A partire dal tipo di attori che si vuol diventare. Sceglietevi dei modelli che vi piacciono, vi interessano, vi ispirano. Badate bene che non vi sto dicendo di copiare il loro stile, di diventare una sorta di Robert De Niro de noantri o cose del genere. Anzi, un buon attore è soprattutto se stesso. Piuttosto guardate il loro curriculum, nella parte che riguarda la formazione: dove hanno studiato? Con chi? Come? Perciò se vi interessano alcune caratteristiche della recitazione potete sapere dove si può andare ad impararle. Facciamo un altro esempio per capirci meglio. Se sentite che il vostro guru è Eugenio Barba e sognate di recitare nell’Odin Teatret partite per la Danimarca e non pensateci più. In questo caso il cinema probabilmente v’interesserà pochissimo, il vostro obiettivo è magari consumare le suole delle scarpe, se non le piante dei piedi, sui palcoscenici o per strada. Allora è giusto seguire quest’aspirazione fino in fondo. Se non avete le idee chiare prendetevi un tempo per guardare quanti più film e spettacoli teatrali possibili, così da trovare l’ambiente, diciamo, in cui vi sentite a casa. Potrebbe anche essere che, come me, vi piaccia sia il cinema sia il teatro e poter scegliere quindi scuole che vi formino in entrambe le arti.

Chiedete sempre.
Una volta che avrete le idee se non come il sole a mezzogiorno almeno come il sole alle otto del mattino iniziate a chiedere di tutto e di più sulla strada che volete fare. Ecco un elenco per le vostre domande:
digitate le vostre domande su Google e leggete il più possibile sull’argomento che vi interessa, annotate le risposte più significative e formulate nuove domande, ad esempio, agli autori dei post;
procuratevi in libreria almeno una guida per attori principianti;
contattate tutti gli attori che potete raggiungere e, senza diventare degl stalker, conversate il più possibile con loro;
quando avrete cominciato a individuare uno o più insegnanti che potrebbe fare per voi assicuratevi con una serie di domande che sia proprio quello giusto;
dopo che vi sarete segnati un certo numero di scuole o corsi che vi sembrano adatti a voi contattate gli allievi e fatevi raccontare tutto sulla loro esperienza.

Verificate tutto.
Fatevi sempre venire dei dubbi su ciò che vi raccontano e su ciò che leggete, anche su questo post che state guardando adesso. E verificate ogni dettaglio, ogni informazione. Soprattutto dovete sapere tutto sulla scuola che organizza il corso che vi piace e dovete passare sotto la mente di Sherlock Homes il curriculum dei docenti. Io conservo ancora un libro sulla Commedia dell’Arte con la dedica da parte dell’autrice insegnante che dice “a Giuseppe detto ‘segugio’ con affetto”. Un’altra volta incontrai per caso due persone su un aereo. Mi stavano di fianco. Loro non mi conoscevano o, al massimo, uno dei due aveva sentito il mio nome qualche anno prima. Io, invece, raccontai a loro molti dettagli su chi erano e cosa facevano, così tanti che si spaventarono. Sapevo tutto questo perché stavo per sceglierli come insegnanti. Ecco, vi devono percepire proprio come dei cani da caccia. Se sono attori senza lavoro o ex allievi diplomati nella scuola che non fanno altro, lasciate perdere.

Provate prima.
Prima di fidanzavi o addirittura sposarvi frequentate il vostro partner, giusto? Soprattutto lo osservate alle prime uscite, quando ancora l’attaccamento è debole e il senso critico ben sveglio, almeno si spera. Perciò non lesinate le vostre iscrizioni a workshop e lezioni di prova. Dopo analizzate ciò che è successo, chiedetevi come vi siete sentiti, se è proprio ciò che volete fare e cercate di avere un colloquio con l’insegnante e con i compagni di corso per confrontarvi. Tenete presente che a volte alcuni coach tendono soprattutto alle prime lezioni a ingraziarsi i frequentatori. Perciò non fidatevi molto delle vostre emozioni.

Criteri per non sbagliare.
Eccovi ora regole almeno per non fare fesserie, per non trovarvi in situazioni controproducenti
fate attenzione alle truffe! Una volta il fondatore di una nota scuola, purtroppo, di Roma negli anni novanta mi fece un finto provino e subito dopo mi chiese molti soldi. Io ero principiante ma non scemo. Non rividi più la sua faccia mentre, invece, ho visto la pubblicità della sua sedicente scuola sulle riviste per anni.
Assicuratevi che l’offerta didattica sia la più varia e approfondita possibile con seminari e workshop extra magari e che inoltre preveda incontri con attori e registi.
Date un’occhiata alle sale e alle attrezzature a disposizione. Ciò che non dovrebbe mai mancare è una copertura del pavimento per potersi rotolare per terra in tutta sicurezza.
A volte una scuola si presenta bene per gli spazi e per quelli che vi insegnano. Ciò non vuol dire per forza che sia seria e professionale. Guardate oltre le apparenze! Ci sono individui capaci di mettere insieme fondi e persone, in modi che potremmo definire quasi al di fuori delle norme.
Tenete presente che un buon corso, soprattutto se siete principianti, dovrebbe durare almeno tre anni.
Non tutto deve essere figo, piacevole, facile. Ci devono essere degli aspetti che vi devono spaventare per la difficoltà di raggiungerli: discipline toste, insegnanti che non regalano niente, prove difficili da superare, ecc.

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